Partecipanti

De Mitri Monica

Arti visive
www.monicademitri.it

Artisti dediti a forme di pittura-scultura-installazione sembrano porre sempre più spesso la loro arte fuori da schemi definibili, come attività che ci appare più accessibile e vicina nel suo essere esito di un atteggiamento di adesione ed integrazione ad una sorta di esistenziale quotidianità.
Monica De Mitri appartiene a questa frequentazione di quasi “dimestichezza” dell”arte, a questo accesso più abbordabile e consueto di sostanziale familiarità con essa. Come artista che con lucida visione critica della condizione storico-antropologica del presente non pretende di farsi portatrice a priori di valori alti, di alte tematiche, di rivoluzioni ideali o di una centralità salvifica dell’attività artistica, essa la considera piuttosto come attività integrata tra le altre che connotano il suo sentire, le sue attitudini, il suo modo di essere e di vivere quotidiani in rapporto ai quali si fa comprensibile, con cui mantiene i contatti più vitali e acquisisce il suo carattere peculiare e specifico. Così gli interessi artistici che partono dalla sua formazione di studi, l’attività del lavoro nel campo della moda, le attività di scenografa e costumista di spettacoli coreografici, rendono conto anche delle componenti fondamentali e della molteplicità di caratteri di un’arte che nasce dalla sua vita, che segue le sue inclinazioni, che aderisce all’esistenza come un abito cucito addosso e per questo è difficilmente classificabile e sfugge alle distinzioni tradizionali. La sua opera non è né pittura, né scultura, né oggetto, né installazione in senso stretto; di volta in volta queste categorie possono presentarsi più come possibilità e potenzialità del suo lavoro, con la prevalenza dell’una o dell’altra, derivando non tanto dalle nette separazioni, dai filtri di una cultura artistica tradizionale ma direttamente dall’idea di un lavoro minuto, paziente, quasi di eccellente e ricercata manifattura, pur se fatta di gesti apparentemente semplici, a volte anche concettualmente minimali e mentalmente concentrati in una gestualità essenziale di un’operatività quasi zen. Un lavoro che mostra chiaramente il processo del fare e lo dichiara esplicitamente: lavoro di colore, di inchiostri, ma anche di forbici, di colla, di fili, di carte che semplicemente dipinte o impreziosite con nastri di carta in aggetto o con garze incollate, con stagnole sovrapposte o lamine dorate o con gocce di vetro o frammenti di cristallo colorato, riscattano la semplicità dei materiali trovati e sembrano mimare stoffe o evocare elementi decorativi, sorta di finimenti, monili dai lontani echi etnici, giapponeserie dal gusto del mondo della moda, ma tutto su grande scala, come le lunghe file di piccoli frammenti di carta da lucido legati insieme e fatti scendere dal soffitto per farne quinte scenografiche o le grandi strisce che supportano lunghe cascate di intrecci di piccoli bastoncini e frammenti di vetro tenuti insieme da sottili fili metallici. Piccole cose, piccoli resti trovati di un’archeologia della moda, ma anche della natura e della cultura quando ad esempio i frammenti di carta sono dipinti a dripping o a motivi di quadrato nel quadrato secondo un’ascendenza suprematista o come nelle tavole monocrome composte secondo geometrie di memoria astratta e costruttiva ma in un insieme dall’aria provvisoria e contingente.
Queste opere, esito di semplici gesti, tagliare, incollare, legare, unire o comporre insieme, a volte isolano su una superficie in cui il supporto è l’opera stessa un piccolo reperto trovato, il rametto, il truciolo metallico, la goccia di cristallo per farne una sorta di preziosa reliquia, oppure creano insiemi ove supporto ed elementi ad esso appesi od incollati scambiano i ruoli diventando ora elemento legante ora portante dell’opera. Sono gesti che implicano altri gesti, anzi ne derivano, ne conseguono così che il lavoro finale ne è solo una parte, fase di un processo più lungo che ha dei momenti prima dell’opera e ricadute successive. È  come se l’artista volesse farci percepire il sottile piacere di un suo iniziale cercare, trovare, raccogliere, conservare, custodire e volesse poi dare un tempo e un luogo a ciò che è provvisorio ed effimero, a ciò che era scarto e che essa recupera e trasforma nell’urgenza di fermare e definire ogni più sottile e piccola emozione sensibile anche dei materiali di poco conto delle sue scoperte.
Di essi sembra perciò attenta ed incline a svelarne e fissarne una bellezza nascosta mantenendo tuttavia il senso di una dinamica contingenza soprattutto in quelle carte appese come provvisoriamente appoggiate alla parete o in quelle aeree e quasi precarie composizioni di frammenti di pittura oppure nelle libere e potenzialmente mutevoli composizione delle tavole spezzate che sembrano trovare solo momentanei equilibri, tenute insieme dall’elemento unificante dei fili che le percorrono in lunghezza e vi scendono sopra come fossero stati accidentalmente appesi o come quei piccoli frammenti di carte tagliate ricomposte sulla superficie, quasi pronti a mutare configurazione o disperdersi ad ogni leggero soffio. Così che anche in quei lavori ove sembra subentrare un’idea di composizione, di centralità, di ordito geometrico, una sorta di inclinazione o meglio evocazione costruttiva, questa viene contraddetta dai modi, dalle forme del fare. Anche la memoria, l’ascendenza colta delle varie temperature stilistiche messe in gioco, appaiono più come suggerimenti a posteriori, dettati dai materiali trovati, sempre di volta in volta diversi. Sono questi ultimi a creare sottili, sensibili emozioni, a suggerire il loro modo di essere utilizzati dentro ad ogni singolo lavoro detenninandone la morfologia, il suo carattere peculiare.
Le cose hanno un’anima sembra suggerirci De Mitri, l’artista è solo lo strumento che la fa emergere. I suoi lavori stimolano la nostra capacità di farci provare la sensualità delle materie quasi attraverso una tattilità oltre che una visività di una sensibilità più affinata e consona a percepire le più sottili sfumature. Tutto ciò si riflette in opere in cui il senso del ‘prezioso’ e del ‘povero’ coesistono, l’’alto’ e il ‘basso’ convivono in evocazioni che vanno dal presente, dal gusto delle cose, alle reinterpretazioni di modi della pittura che di volta in volta l’opera suggerisce: può essere astrazione informale, automatismo pittorico-segnico, geometria minimalista, cifre stilistiche pienamente rivissute come oggetti materiali. Cose che diventano segno, pittura che diventa cosa; alla fine il lavoro si muove dentro a questa dialettica ambiguità tanto da poter dire che sono le cose stesse o meglio i frammenti di cose a presentarsi come motivi stilistici e suggerire la forma dell’opera. Sorta di ready made artistico, specie di arte trovata, implicita dentro ai materiali e alle loro forme naturali o artificiali che siano, l’artista le asseconda secondo un pensiero sensibile in cui le interferenze, le interrelazioni, le contaminazioni di cultura e natura, moda e memoria, provvisorio e permanente, casuale e intenzionale intrecciano, come fattualmente nei suoi lavori, i loro orditi, le loro trame.

Manuela Zanelli


Profilo

Monica De Mitri Nasce nel 1965, si diploma all’Istituto Statale d’Arte di Mantova nel 1984.
Vive e lavora a Mantova dove, negli anni novanta, inizia il suo percorso creativo.
Ha esposto a Mantova, Milano, Forlì, Firenze e Modena.
 


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